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Il fallimento non insegna niente

Luglio 2026

«Sbagliando si impara.»

Quante volte abbiamo sentito questa frase? È uno dei proverbi più conosciuti della lingua italiana e, probabilmente, uno dei più citati quando qualcosa va storto.

Eppure, nel mio libro Motivati si diventa, ho scritto una frase che sembra contraddirlo:

Non è sbagliando che si impara ma comprendendo il motivo dell’errore e assumendosi la responsabilità di non reiterarlo.

Può sembrare una sfumatura linguistica, ma non lo è affatto. Per me è una differenza sostanziale.

 

Il fallimento non insegna. È la riflessione che segue a fare la differenza.

Perché il fallimento, da solo, non produce apprendimento. Produce emozioni: delusione, rabbia, vergogna, frustrazione. A volte persino rassegnazione. Se fosse sufficiente sbagliare per migliorare, nessuno ripeterebbe mai gli stessi errori. E invece accade continuamente, nelle aziende come nella vita personale.

La domanda, quindi, non è se il fallimento faccia parte del percorso.

 

La vera domanda è: che cosa facciamo dopo aver fallito?

Lo psicologo Bernard Weiner, con la sua teoria dell’attribuzione causale, ha dimostrato che, dopo ogni successo o insuccesso, il nostro cervello cerca automaticamente una spiegazione.

Perché è successo? Da cosa è dipeso? Cosa ho sbagliato? E se avessi fatto, avessi detto…?

La risposta che ci diamo determina il nostro comportamento futuro molto più dell’evento stesso.

Immaginiamo due manager che non ottengono una promozione.

Il primo conclude non sono abbastanza bravo. Il secondo pensa La strategia che ho adottato non ha funzionato. Cosa posso cambiare?

Il risultato è identico. La motivazione futura, invece, no.

Nel primo caso il fallimento diventa una sentenza sull’identità. Nel secondo diventa un’informazione sul processo.

Ed è proprio questa differenza a determinare se continueremo a provarci oppure no.

Il fallimento intelligente

Anche Amy Edmondson, docente della Harvard Business School e autrice nota in ambito psicologico invita a superare un equivoco molto diffuso.

 

Negli ultimi anni è diventato quasi di moda dire che bisogna “celebrare il fallimento”. Personalmente non credo che il fallimento vada celebrato.

Credo, invece, che vada compreso.

Edmondson distingue infatti tre tipologie di fallimento.

Sono questi ultimi a generare apprendimento e innovazione.

Le organizzazioni più evolute, infatti, non premiano chi sbaglia. Premiano chi analizza gli errori, ne comprende le cause e modifica il proprio modo di agire. La differenza è enorme.

 

Il percorso conta più del risultato

Nel libro ho avuto il privilegio di confrontarmi con Armando Persico, educatore e innovatore nel campo dell’imprenditorialità.

Parlando di studenti che non superano un esame, mi disse una frase che continua a tornarmi in mente:

“Non possiamo fermarci al risultato. Dobbiamo andare a vedere il percorso che lo studente ha fatto.”

Credo che questa osservazione valga ben oltre la scuola. Vale per un professionista che perde un cliente. Per un imprenditore che lancia un progetto senza successo. Per un atleta che non raggiunge il podio. Per un manager che non ottiene la promozione desiderata.

Fermarsi al risultato significa emettere un giudizio. Analizzare il percorso significa creare apprendimento.

Ed è proprio qui che nasce la crescita.

 

Le domande che fanno la differenza

Quando qualcosa non va come previsto, abbiamo sempre due possibilità.

Possiamo domandarci Perché è successo proprio a me?

Oppure possiamo chiederci:

Le prime domande cercano un colpevole. Le seconde cercano una soluzione.

E sono queste ultime ad alimentare la motivazione nel lungo periodo.

 

Il vero fallimento non è commettere un errore.

Il vero fallimento è uscire da un’esperienza identici a come vi siamo entrati.

Ogni errore può diventare una conferma dei nostri limiti oppure un’occasione per rivedere strategie, convinzioni e comportamenti. La differenza non la fa ciò che ci accade. La fa il significato che scegliamo di attribuirgli.

Per questo continuo a credere che il proverbio andrebbe aggiornato.

Non è vero che sbagliando si impara.

Si impara riflettendo sui propri errori e scegliendo consapevolmente di non ripeterli.

Autrice: Lucilla Rizzini

Founder di @Ellecubica;

Direttrice del Master in Coaching riconosciuto da AICP

Master Certified Coach (MCC) ICF

Autrice “Motivati si diventa” edito da Guerini Next.

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